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Senegal: il popolo del mare

Al confine con tutto, con il deserto, con l'oceano con il fiume, St. Louis è una capitale decaduta, ricca di ricordi ed atmosfere. Attraverso il Pont Faidherbe si arriva nel cuore del quartiere europeo situato su un isola, che come una nave ormai dimenticata, giace nel bel mezzo del fiume Senegal, poco prima che questo si butti nell'oceano Atlantico, 15 Km più a Sud. Le vie, le case richiamano architetture dell'epoca coloniale ma il fascino sta nell'atmosfera ormai decadente ed un po di abbandono che vi si respira. Sembra quasi che i coloni se ne siano andati solo qualche decennio fa lasciando al sale e all'umidità del vicino oceano il compito di custodire o distruggere questo luogo. Il cuore pulsante di St. Louis è però poco lontano, sulla penisola, che stretta e sabbiosa, come per scherzo divide il grande mare dal fiume. Qui, dove sorgeva il quartiere africano, ora vive una fiorente comunità di pescatori chiamata Guet N' Dar. Su questa lingua di sabbia larga circa 150 metri, per non più di 2 Km è concentrato tutto il mondo di questi pescatori, che mi accorgo ora, non hanno bisogno poi di tanta terra per vivere, in quanto è il mare, o meglio, l'oceano che provvede a tutto ciò di cui necessitano. Il centro di questo piccolo universo è appunto la spiaggia, da dove partono ogni giorno più di 200 piroghe, che fanno ritorno nel tardo pomeriggio con il pesce pescato, pronto per essere inviato a Dakar e da qui in Europa. Durante la giornata infatti, quando gli uomini sono in mare, nel villaggio rimangono le donne, sempre indaffarate nei lavori di casa, ed i bambini. A tratti sembra quasi che siano loro, i bambini appunto, gli unici abitanti del posto, intenti per lo più a divertirsi e a giocare all'ombra dei cortili, nelle vie sabbiose o sulla spiaggia tra le barche che non sono uscite in mare.
Dall'alba al tramonto le partenze e gli arrivi delle imbarcazioni interamente costruite in legno, avvengono nella più completa naturalezza nonostante le insidiose onde dell'Atlantico e si affiancano con altrettanta naturalezza alle altre attività che scandiscano la vita della comunità. Sulla spiaggia infatti oltre a tutto ciò che concerne la pesca (si riparano le piroghe, si preparano le reti, si affumica il pesce, etc..), si concentra anche tutta la "quotidianità" della comunità africana, fatta certamente ancora di lavoro, ma anche di socializzazione e di riposo.
Tutto deriva o richiama come visto la vicinanza con l'oceano, ed anche i due cimiteri musulmani posti ai margini del piccolo villaggio non sfuggono a questa legge. Poche pietre, una rete od un ramo arso dal sole denunciano la presenza di una tomba, povera e semplice come la vita di questa gente.
La stessa povertà, anche se più "metropolitana" la ritroverò pochi giorno dopo a Cap Manuel il lembo più meridionale della penisola su cui sorge Dakar. Qui circondati dalle ambasciate e dalle ville presidenziali vivono e lavorano, in bunker costruiti dai francesi durante la seconda guerra mondiale, alcuni pescatori. I visi segnati e schietti, ed i corpi asciutti di questi uomini tradiscono la fatica di giornate sicuramente non facili passate a pescare su rocce laviche a picco sul mare. Le onde dell'oceano incontrano qui quelle provenienti dall'ampio golfo che la costa a Est di Dakar disegna, manifestandosi in tutta la loro potenza. Entrano infatti nelle strette gole laviche, vaporizzandosi rumorosamente nel tentativo di risalirle. Poco più in alto, l'apertura del bunker, si affaccia su questo spettacolo, quasi un balcone privilegiato sul palcoscenico della natura. Ma basta poco per capire che qui di privilegiato non esiste nulla, che tutto è essenziale e finalizzato alla sopravvivenza. I dialoghi stessi, fatti di poche parole rapide e quasi sussurate sembrano quasi legati alla necessità di non sprecare tanta energia. I pescatori infatti si devono calare giù per la ripida scogliera più volte al giorno per raggiungere il luogo di pesca. Il pesce catturato verrà venduto poi al vicino mercato ed in parte portato ai rispettivi villaggi per le famiglie.
Poco distante da Dakar, seguendo l'unica strada che collega la città all'interno del paese, si comincia ad osservare come la natura gradualmente riconquisti i suoi spazi. La grande savana calda e polverosa punteggiata solamente dai maestosi baobab si apre davanti ai miei occhi senza soluzione di continuità. Il mare non è lontano, anche se tutto farebbe pensare che lo sia, e presto eccolo apparire a Sud. Sulla sottile striscia di un azzurro pallido si stagliano ad intervalli regolari le figure dei pescatori, in piccoli gruppi, tesi nel recupero delle reti. La pesca effettuata in questo modo, risulta essere molto faticosa ed il più delle volte non fornisce grandi quantità di pesce. La rete viene posizionata al largo con l'ausilio di una piccola barca e poi viene tirata a riva da due "squadre" formate ognuna da una decina di persone circa. Sono per lo più bambini dai larghi sorrisi e dai corpi scultorei a tirare le funi, in una sorta di "gioco" scandito dal capo cordata, che ritmicamente li sprona con brevi cantilene ripetute all'infinito per attutire lo sforzo. Gli anziani silenziosi, dirigono le operazioni con espressione severa, quasi delle maschere disegnate dal mare, segnate da solchi profondi, come i ceppi a cui assicurano i pochi metri di fune che via via vengono faticosamente riconquistati. Durante il recupero i due gruppi si avvicinano gradualmente l'uno verso l'altro per ritrovarsi assieme nel momento finale, quando cioè si tocca con mano il risultato di questo lavoro estenuante. Le reti infatti sono molto grandi ed il loro recupero in media necessita di circa tre, quattro ore. Ogni giorno si effettuano due battute, una al mattino presto e l’altra all'imbrunire, anche se non è raro che l'operazione si ripeta di sera, col buio. Le donne, sedute all'ombra, parlano tra loro in piccoli gruppi, pronte a muoversi non appena le reti giungeranno sulla spiaggia. La divisione del pescato, rapida e convulsa, spetta ancora agli uomini, ai propietari delle reti, anche se saranno le donne da ora in poi a farsi carico di tutto il lavoro. Il poco pesce catturato e diviso equamente tra tutti, verrà in parte cucinato o preparato per la salatura ed in parte venduto nei vicini mercati di Dakar.
Gesti ed espressioni simili li ritroverò più a Sud, a M' Bour, piccola cittadina costiera ad 80 Km da Dakar sulla Petitè Cote, cioè il tratto di costa che dalla capitale scende fino al delta del Sinè-Saloum. L'impressione, una volta affacciatomi sulla spiaggia, è quella di un salto temporale, di una finestra su un'epoca che pensavo relegata ai libri di storia : "Medioevo" penso e forse la parola mi sfugge dalle labbra. Gigantesche colonne di fumo denso e acre si levano lente dalla spiaggia per impennarsi un attimo e subito ricadere stanche sul mare tra le barche e i pescatori, che appaiono cosi figure eteree, quasi mitologiche. Si brucia la paglia per poi affumicare il pesce sotto la cenere. Anche l'odore è forte, penetrante a tal punto da rendere l' aria a tratti irrespirabile. Il mercato, organizzato per lo più dalle donne direttamente sulla sabbia, occupa sicuramente la maggior parte della spiaggia. Il pesce infatti viene scaricato tutte le mattine dalle barche in grandi ceste, che i pescatori come schiere di fantasmi che escono dalla notte, portano sulla testa. Le espressioni assonnate ed i movimenti rallentati sottolineano tutta la fatica di questi ultimi sforzi. Sulla riva la moltitudine li osserva con una tale attenzione da farmi dubitare per un attimo, che la stessa scena si ripeta tutte le mattine. Ci sono le donne, i mercanti indaffarati, gli anziani marinai ormai troppo vecchi per il mare ed ancora nugoli di bambini e mille altre figure. I visi si perdono, sovrapponendosi in un confusione di gesti e suoni senza apparente regola, sebbene avverta in profondità un non so che di sistematico, di ripetitivo. Quasi si eseguisse un rito ben preciso, scandito da ritmi e regole che la mia occidentalità riesce a malapena a distinguere nel fumo denso del mattino. Al loro arrivo sulla spiaggia i pescatori scaricano le ceste in luoghi diversi seguendo le indicazioni dettate dal compratore di turno. Le contrattazioni sono di solito brevi e per lo più pacate, quasi per rispettare la stanchezza di chi ha lavorato tutta la notte, e non ha ancora terminato. Nell'arco della giornata questi sbarchi si ripetono per due volte, una al mattino come visto ed una nel tardo pomeriggio. Una grossa parte del pesce pescato viene poi preparata per essere seccata e salata al sole oppure si affumica come visto, sotto la cenere. Tutte le operazioni si effettuano sulla spiaggia o subito a ridosso di questa all'ombra delle coloratissime barche, che in ordinata e paziente attesa sembrano guardare l'oceano.
Proprio su una di queste imbarcazioni compio l'ultima tappa di questo mio vagabondaggio, che si concluderà a Banjul in Gambia. Alcuni pescatori infatti sono soliti spingersi più a Sud in cerca di aree più pescose, e durante questi spostamenti traghettano clandestinamente chiunque gliene faccia richiesta, in cambio di un piccolo compenso. Dopo aver issato le vele, i giovani mozzi si accalcano attorno al piatto di cous-cous quotidiano, cucinato spartanamente sulla prua della barca. Il capitano ed il suo secondo entrambi nel più assoluto silenzio sembrano godersi il gentile sospiro del vento che ci accompagna dalla partenza. Come un vecchio pirata, il mozzo più anziano scruta attentamente l'orizzonte in cerca dei delfini, che mi verrà detto solo più tardi, sono soliti accompagnarli in questa traversata.
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