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Etiopia: adozione a distanza

Recita un proverbio africano: “Chi educa un bambino educa un popolo”. Questo sembra essere il motto alla “Città dei Ragazzi” una missione che si occupa di adozione a distanza ad Asella nel cuore dell’Etiopia a 2500 metri di altezza. Una sola strada asfaltata taglia in due questo villaggio, immerso in boschi di eucalipto ed affacciato sulla scarpata della Rift Valley. Salendo per una delle tante vie di terra rossa che portano verso quello che resta del vulcano Chilalo tra case di sterco e caucciu spicca un edificio dai lunghi muri grigi. Sorta per mano dei Padri della Consolata, questa missione è diventata col tempo un punto di riferimento non solo per gli abitanti di Asella ma per l’intera regione dell’Arsi.
La lunga guerra tra Etiopia ed Eritrea, che solo quest’anno ha visto, almeno sulla carta, la parola fine, ha prodotto oltre a migliaia di morti, anche un vero e proprio popolo di orfani. Abbandonati a se stessi, i più diventano vagabondi andando spesso ad ingrossare le file degli sbandati che sopravvivano nelle strade delle grandi città. Come tanti fantasmi, vestiti di nulla, si materializzano agli incroci anche a notte fonda e incollati al finestrino ti fissano in modo tale da farti sembrare anni quei pochi attimi in cui la macchina rallenta. E’ proprio ad Addis Abeba che molti di loro sono stati raccolti e condotti ad Asella.
Padre Renato Saudelli è il missionario che da 7 anni si impegna nell’adozione a distanza e lavora con questi ragazzi cercando, con molteplici attività, di allontanarli dalla strada e assicurargli, per quanto possibile, un futuro meno tragico. L’idea dell’adozione a distanza gli venne vedendo le condizioni di vita di una famiglia rimasta senza padre. Dopo 21 anni in una diocesi del New Jersey (New York) dove era giunto per un master in scienze educative, decise di partire per l’Africa.
Giunto in Etiopia, per circa 8 anni ha coperto i posti vacanti nelle varie missioni esistenti, poi è arrivata l’opportunità di fermarsi ad Asella. La situazione all’interno della missione che già esisteva era molto critica: gli sbandamenti sociali conseguenti alla guerra e alla carestia avevano portato il caos. Centottanta persone alloggiavano all’interno della struttura la cui gestione era più un utopia che un dato di fatto. Il primo obiettivo fu quello di fare uscire dalla struttura, con un appoggio finanziario chiunque avesse la possibilità di essere ospitato da un parente. La finalità fin dall’inizio è stata quella di ottenere una gestione qualitativa che puntasse ad aiutare i ragazzi realmente bisognosi. Per fare questo Abba Renato, come viene chiamato qui, assieme agli assistenti sociali valuta concretamente la situazione caso per caso con lo scopo di individuare chi accogliere all’interno della missione, in quanto il numero di bambini che necessitano assistenza è molto superiore alle adozioni disponibili.
Le 50 mila lire mensili richieste per un’adozione vengono utilizzate per il mantenimento del ragazzo presso la Missione o presso famiglie ospitanti (circa 500) particolarmente bisognose. La struttura ospita attualmente 80 orfani che vanno dai 5 ai 18 anni di età. Il denaro proveniente dall’adozione a distanza è inteso come un aiuto per rendere i ragazzi autonomi attraverso lo studio e il contemporaneo apprendimento di un mestiere. In quest’ottica si tenta di non rendere gli orfani dipendenti da un gesto di carità, ma al contrario di spronarli per costruirsi una futuro.
L’obiettivo primario è quindi la scolarizzazione, che avviene sempre ad Asella in cinque grandi edifici che ospitano 1.100 tra ragazzi e ragazze divisi in diverse classi e seguiti da una quarantina di insegnanti. Si studia ovunque, in piccole aule buie come in vecchi container, ma anche il muretto del campo da calcio va bene.
Oltre alla scuola molte sono le attività seguite. L’importanza di imparare un mestiere è quanto mai sentita in uno dei paesi più poveri del mondo. Così mentre alle ragazze viene insegnato il ricamo tradizionale, i ragazzi seguono corsi di falegnameria e di carpenteria assieme a quelli di meccanica e per la lavorazione del ferro. L’utilità è molteplice sia per il ragazzo sia per la comunità. Tutti i prodotti di questi laboratori sono infatti venduti sul mercato locale ed il ricavato viene diviso in parti uguali tra l’amministrazione della missione ed il ragazzo, il quale compiuti i diciotto anni lasciando l’Istituto si troverà un piccolo capitale che lo aiuterà ad inserirsi nella vita.
Tra le attività più seguite e particolari della missione vi è poi la pittura. I livelli raggiunti permettono la realizzazione di vere e proprie mostre come quella tenutasi al padiglione delle esposizioni annesso al Museo Nazionale di Addis Abeba nel 1998. Anche in questo caso la vendita dei quadri contribuisce a consolidare i risparmi dei singoli ragazzi oltre ad incoraggiarli nel migliorare la qualità del lavoro.
Tutte le arti ed i mestieri imparati sono rivolti oltre che al buon funzionamento della missione, anche ad aiuti immediati ai più bisognosi fuori da essa. Così assieme ai banchi, alle porte e agli infissi, si costruiscono tetti, si riparano capanne o si forniscono le sementi per coltivare l’orto.
Ogni tanto Abba Renato caricata la toyota di sacchi di farina per una delle tante famiglie assistite, parte in una nuvola di polvere tra gli schiamazzi e le urla degli orfani che lo rincorrono fino a perderlo di vista. Questa distribuzione di aiuti osteggiata formalmente dal governo locale in quanto denuncia indiretta delle condizioni di miseria in cui la popolazione vive, è condotta in maniera puntuale in modo da non attrarre troppo l’attenzione.
Verso sera, sul piccolo spiazzo davanti al campo da calcio dove ora pascolano le pecore, tutti gli ospiti della missione si ritrovano per scambiare due parole o per dare qualche calcio a una palla fatta di stracci. C’è chi torna da scuola, chi ha terminato il lavoro in un officina o in un laboratorio o chi ha appena finito di studiare in un container adattato ad aula di lettura. I visi sono distesi, le parole sussurrate, quasi che la luce tagliente ed insieme dolce del tramonto aiutasse a riconciliarsi con una realtà troppo dura. La curiosità di avere notizie su un mondo che non sia il loro, si mischia alla voglia di raccontarsi con parole semplici ma prive di autocommiserazione. Così in un inglese elementare ma quasi magico voci diverse narrano un'unica storia in cui i genitori sono comparse, lontane e fugaci. La famiglia non esiste più, si è dissolta sotto i colpi di una miseria e di un destino uniti indissolubilmente assieme.
Tadele ha 14 anni, da un anno è ospite della missione. Il padre è morto nel 1990 e la madre ammalata vive sola in un villaggio lontano. Per vivere ha lavorato in un circo per molto tempo, e ricorda non senza una punta di orgoglio che la gente apprezzava molto le sue acrobazie, anche se nessuno lo ha mai veramente aiutato. Sono stati i servizi sociali a portarlo alla “Città dei Ragazzi”. Ora il sogno è quello di studiare, magari di diventare un dottore, anche se la realtà lui la conosce fin troppo bene e sembra sapere che una speranza qui è già un qualcosa che non tutti possono permettersi.
Shume ha 19 anni, vive qui da tre. E’ nato in campagna, lontano da Asella. Per molto tempo è vissuto per strada elemosinando. Il padre è morto e la madre non sa più dove sia. Sa di avere dei fratelli ma ignora tutto di loro. Ora si dice contento, studia, dipinge e legge tutto quello che può. La sua squadra è la Juventus, e per rimarcarlo sparisce per qualche attimo sulle sue stampelle per poi tornare con indosso la maglia di Zidan. Per quanto riguarda il lavoro sa che per un disabile in Etiopia gli spazi sono quasi inesistenti, ma terminati gli studi se i voti lo permetteranno vorrebbe andare all’università per studiare legge.
Lo “sponsor”, come viene chiamato dai ragazzi colui che adotta, è una figura importante oltre che per il mantenimento economico anche per una sorta di riconoscimento di esistenza. Si ha l’impressione infatti, che per questi ragazzi la presenza anche lontana di qualcuno che pensi a loro, dia sostanzialmente peso ed importanza affettiva alla loro identità. Nella maggioranza dei casi poi il rapporto non supera mai il contatto epistolare ma è già sufficiente forse per entrambi le parti, per sentirsi più vicine. L’arrivo in missione di qualche sponsor è quindi motivo di festa e di curiosità per tutti gli orfani, e se poi giunge una donna, la sua presenza si fa subito sentire in maniera particolare in quanto gran parte dei piccoli ospiti sente forte la mancanza materna. Alle volte arriva dall’Italia un rappresentante degli sponsor, che oltre a portare doni di ogni genere, valuta l’utilizzo dei fondi versati e tocca letteralmente con mano la condizione di estrema povertà esistente.
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